Allenare il fisico attraverso il cervello

 

In alcune discipline sportive, il fatto di poter vivere le esigenze motorie di base durante i primi anni di vita, costituisce la parte fondamentale per le future abilità motorie nella vita sportiva. La motorica è considerata parte integrante dello sviluppo del bambino e si trova in stretta correlazione con tutti gli altri settori della personalità, quali la percezione, la cognizione, il linguaggio, l’emotività e il comportamento sociale. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, tra il 60 e l’85% dei bambini si muovono troppo poco sviluppando quindi delle abilità motorie insufficienti per la loro vita da adulti.
Lo sviluppo neurologico del bambino è caratterizzato da una sequenza complessa e continua di acquisizioni strettamente interconnesse tra di loro: si tratta dello sviluppo psicomotorio.
Dal punto di vista anatomico, lo sviluppo dei movimenti complessi è determinato da un intreccio di neuroni connessi gli uni agli altri che armoniosamente vanno a stimolare determinati muscoli rendendo i movimenti come il camminare, correre, nuotare, eccetera naturali e istintivi.
L’abilità di un adulto a un determinato movimento è quindi il risultato di un allenamento cerebrale complesso e specifico che porta allo sviluppo di un intreccio di neuroni tale da rendere il movimento spontaneo.
A questo proposito, uno studio eseguito su violinisti in diversi importanti conservatori ha dimostrato che i cosiddetti talenti o virtuosi del violino non sono nient’altro che musicisti che hanno accumulato, nel corso della loro vita, molte più ore di allenamento dei loro colleghi meno bravi. Questa osservazione ci fa ben capire come l’allenamento e la stimolazione di un determinato numero di neuroni possa portare ad un lavoro talmente automatizzato da diventare più efficace.

Queste riflessioni, sono di fondamentale importanza anche per gli sportivi e in particolare se vengono applicate agli sport di squadra. Se andiamo ad osservare le varie metodologie di allenamento applicate da allenatori di discipline sportive di squadra, possiamo notare come il tempo dedicato nel ricreare le condizioni che l’atleta si trova ad affrontare realmente durante l’applicazione della sua disciplina è comunque minimo.
Se facciamo un esempio pratico nel gioco del calcio, gli allenatori, molto spesso, suddividono l’allenamento creando piccoli compartimenti (palleggio, corsa, scatti, tiri….) che, anche se evidentemente parte integranti del gioco, non riproducono esattamente le condizioni né tecniche né tantomeno emotive della partita vera è propria. Il giocatore risulta essere molto bravo, durante l’allenamento, nei vari esercizi ma poi spesso lo è molto meno nel corso della partita proprio perché meno abituato a queste condizioni.

Un’ultima riflessione riguarda anche le capacità fisiche, psichiche, intellettuali e genetiche di ogni atleta che lo rendono adatto ad un tipo di sport piuttosto che un altro o all’interno di una squadra, ad un ruolo piuttosto che un altro. Questo per sottolineare che l’allenatore deve essere anche capace di individuare il ruolo migliore per le caratteristiche dei vari giocatori e per caratteristiche non si intende solo quelle fisiche ma soprattutto quelle mentali e non, come spesso succede, i giocatori che devono adattarsi al pensiero tattico dell’allenatore.

La redazione

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